Bottle sharing e bottle bag: favorevoli o contrari?

Quante volte, al ristorante, avreste voluto provare un vino visto in carta ma vi siete trovati a pensare “una bottiglia è troppa” ed il formato 0,375 non c’era? Oppure, decisi a concedervi un calice di ottimo vino, vi siete trovati obbligati a scegliere tra le solite tre proposte che vanno per la maggiore e delle quali il ristoratore ha già la bottiglia aperta?

In epoca di sharing economy, o consumo collaborativo che dir si voglia, anche il mondo del vino si è messo al passo con i tempi, proponendo quella che può essere vista come un’alternativa valida alla mezza bottiglia o al calice di vino: il “bottle sharing”, ovvero la condivisione di una bottiglia tra tavoli diversi.

Presentata qualche anno fa a #Vinitaly, il bottle sharing è sembrata da subito una novità interessante per chi al ristorante non ha voglia di ordinare un’intera bottiglia (ad esempio, se si cena soli). Oppure per chi desidera provare etichette importanti contenendo la spesa, o ancora per coloro che amano abbinare vini diversi ai diversi piatti. Con la possibilità, se lo si desidera, di utilizzare l’occasione anche per fare nuove conoscenze con coloro con cui si condivide la bottiglia.

Ovviamente, fondamentale per il successo della pratica, il ruolo del sommelier o del responsabile di sala che deve proporre vini in linea con i gusti dei commensali coinvolti nello sharing e che, al termine della serata, dovrà dividere equamente la spesa tra i calici serviti ai diversi clienti.

A me non è ancora capitato di condividere la bottiglia con il tavolo accanto al mio ma non mi dispiacerebbe provare se ciò mi consentisse di assaggiare vini diversi in abbinamento ad ognuno dei piatti del menù.

La mia posizione però non è evidentemente quella della maggior parte degli italiani a cena al ristorante perché dal 2010, anno in cui è stato presentato ufficialmente per la prima volta, il “bottle sharing” nel nostro Paese non sembra essere mai davvero decollato. Così come non ha ancora preso piede, in realtà, un’altra usanza molto diffusa all’estero, cioè quella di portare a casa la bottiglia non terminata al ristorante (stile “doggy bag” con il cibo, per capirci).

La domanda quindi è: ma perché queste idee, tanto diffuse in altri Paesi, e che presentano innegabili vantaggi, da noi sembrano non riscuotere interesse? Cos’è che spinge, ad esempio, a lasciare sul tavolo a fine cena una bottiglia a metà di ottimo amarone anziché chiedere al cameriere “Scusi, il conto e una borsina per la bottiglia, grazie”?

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